Il ciclo di vulnerability management

Il vulnerability management non è un’attività una tantum ma un processo ciclico e continuo, perché nuove vulnerabilità (CVE) e nuovi asset compaiono di continuo. Le fasi fondamentali che devi saper distinguere sono:

  1. Identificazione (discovery) — inventario degli asset e scoperta delle vulnerabilità presenti su host, servizi e applicazioni. Non puoi proteggere ciò che non sai di avere: l’asset discovery precede sempre lo scanning.
  2. Valutazione (assessment/prioritizzazione) — classificare la gravità delle falle. Si usa lo standard CVSS (Common Vulnerability Scoring System, punteggio 0–10) affiancato al rischio reale = criticità dell’asset × esposizione × probabilità di sfruttamento. Una vulnerabilità CVSS 9.8 su un host isolato di test conta meno di una 7.5 su un server esposto in DMZ.
  3. Mitigazione / remediation — applicare la contromisura: patch, hardening della configurazione, modifica di ACL, disabilitazione di un servizio. Quando la patch non è disponibile subito si applica un workaround o un controllo compensativo (mitigation), non una remediation definitiva.
  4. Verifica e reporting — rescanning per confermare la chiusura della falla e documentazione per audit e compliance.

Questo ciclo si ripete e alimenta il processo di threat detection: i risultati orientano dove concentrare monitoraggio e detection.

Active vs passive reconnaissance

La distinzione è centrale nell’esame.

Passive reconnaissance Active reconnaissance
Interazione col target Nessuna diretta Diretta (pacchetti verso il target)
Esempi OSINT, WHOIS, DNS pubblico, ricerca su Shodan, social media Ping sweep, port scanning, banner grabbing, vulnerability scan
Rilevabilità Molto bassa (invisibile) Alta (genera traffico nei log/IDS)

La passive recon raccoglie informazioni senza toccare il bersaglio, quindi è difficilmente rilevabile. La active recon invia traffico e ottiene dati più precisi (porte aperte, versioni), ma lascia tracce ed è intercettabile da IDS/IPS come Cisco Firepower o Secure IDS.

Port scanning e automazione degli scanner

Il port scanning (tipicamente con Nmap) mappa quali porte TCP/UDP sono aperte e quali servizi girano. Concetti chiave:

  • TCP SYN scan (half-open): invia SYN e non completa il three-way handshake, più discreto.
  • TCP connect scan: completa l’handshake, più rumoroso e loggato.
  • Service/version detection: identifica versioni per correlare a CVE note.

I vulnerability scanner automatici (es. Nessus, OpenVAS, Qualys) vanno oltre: confrontano servizi e versioni rilevati con un database di firme/CVE e producono un report con severità. L’automazione consente scansioni schedulate ricorrenti su ampie reti — indispensabile per la scalabilità del processo — ma resta un’attività di rilevazione, non di sfruttamento.

Penetration testing e remediation

Il penetration test simula un attaccante reale: dopo aver identificato le falle, tenta di sfruttarle attivamente (exploitation) per dimostrarne l’impatto concreto — accesso non autorizzato, escalation di privilegi, movimento laterale. Fasi tipiche: recon → scanning → exploitation → post-exploitation → reporting con raccomandazioni di remediation.

Rispetto allo scan automatico, il pen test è manuale, guidato da competenza umana, conferma se una falla è realmente sfruttabile (eliminando i falsi positivi) e va condotto solo con autorizzazione scritta (rules of engagement / scope). L’output alimenta direttamente il piano di remediation prioritizzato.

Trappole tipiche d’esame

  • Scenario: la domanda chiede quale attività “individua/elenca” le vulnerabilità senza sfruttarle. → Risposta: vulnerability scan (rileva e classifica). Se invece si chiede quale attività sfrutta attivamente le falle per dimostrarne l’impatto, la risposta è penetration test. Non confonderli: lo scan trova, il pen test buca.

  • Scenario: uno scanner segnala una vulnerabilità critica ma la verifica manuale mostra che non è sfruttabile. → Risposta: è un falso positivo. Gli scanner automatici, basandosi su firme e versioni, generano falsi positivi (e falsi negativi); serve validazione umana, non applicare patch alla cieca su ogni alert.

  • Scenario: raccolta informazioni tramite WHOIS, DNS pubblico o Shodan, senza toccare il target. → Risposta: passive reconnaissance. Un ping sweep o un port scan sono invece active reconnaissance (rilevabili nei log).

  • Scenario: patch non ancora disponibile per una CVE nota su un server in produzione. → Risposta: applicare un controllo compensativo / mitigation (ACL restrittiva, IPS signature, disabilitazione del servizio), non attendere passivamente. La remediation definitiva è la patch, quando esce.

  • Scenario: si chiede il primo passo del ciclo di vulnerability management. → Risposta: identificazione/inventario degli asset (discovery), non lo scanning: non puoi valutare ciò che non hai censito.