Amministrare il compute in VCF 9.0 vuol dire muoversi fra due console. Il ciclo di vita dei domini — crearli, ampliarli, importarli — vive in VCF Operations, sotto Inventory > Detailed View > VCF Instances. La gestione degli host come risorse fisiche è invece nel vSphere Client, in Global Inventory Lists > Hosts, con le schede Assigned Hosts e Unassigned Hosts. SDDC Manager non è sparito: è l’appliance che porta a VCF Operations il lifecycle management di ESX, vCenter e NSX, e la sua UI resta raggiungibile su https://<sddc-manager-fqdn>. Sapere quale operazione sta in quale console è metà del lavoro d’esame.

Preparare gli host ESX prima che VCF li veda

ESX si installa da ISO su tutti gli host; per patch release, async patch o versioni OEM può servire una ISO custom. Il vincolo che pesa di più è che VCF non supporta host ESX stateless: l’host deve avere il proprio stato su disco.

La configurazione iniziale si fa dalla DCUI: console dell’host, F2, login, Configure Management Network. Lì si imposta la VLAN di gestione, poi IPv4 Configuration in indirizzo statico (IP, subnet mask, default gateway) e infine i DNS — server primario, alternativo e hostname in forma FQDN. Un dettaglio che si dimentica sempre: la sezione Custom DNS Suffixes deve restare vuota. Si esce con Esc e si conferma con Y.

Restano tre cose da fare prima di considerare l’host pronto. Configurare l’NTP su tutti gli host, per non trovarsi con problemi di sincronizzazione. Rigenerare il certificato self-signed dopo aver impostato l’hostname, altrimenti il common name resta quello sbagliato e la validazione fallirà. E creare il port group VM Network su ciascun host dal VMware Host Client. Il numero minimo di host dipende dal tipo di storage e dal modello di deployment: il riferimento è il Planning and Preparation Workbook, non un numero che si tiene a memoria.

Dall’installer al dominio di gestione

Il VCF Installer è una VM dedicata che pianifica, configura e deploya i componenti di VCF e VVF. Arriva nello stesso file VCF-SDDC-Manager-Appliance-9.x.x.ova della SDDC Manager appliance, e si deploya direttamente su un host ESX dal Host Client (Host > Create/Register VM > Deploy a virtual machine from an OVF or OVA file), fornendo IP statico, FQDN, DNS, NTP e le password di root e admin@local (minimo 15 caratteri). Il punto che l’esame ama: se l’appliance viene deployata su un host che entrerà nel dominio di gestione, a fine configurazione viene migrata con Storage vMotion e passa in modalità SDDC Manager — da quel momento non è più un installer.

Il wizard procede in ordine: tipo di deployment, impostazioni generali e VCF Operations, VCF Automation, dettagli vCenter, dettagli NSX Manager, storage (vSAN ESA o OSA, VMFS on FC, NFS v3), dettagli degli host ESX, configurazione di rete con gli inclusion range per vSAN e vMotion, profilo del vSphere Distributed Switch (Default, Storage Traffic Separation, NSX Traffic Separation o Custom), dettagli SDDC Manager, validazione e deploy. Per il port group VM Management Network si possono riusare gateway, VLAN e MTU della management network di ESX.

Commissioning: come un host entra nell’inventario globale

Commissionare significa aggiungere gli host all’inventario globale; da soli non servono a nulla finché non li assegni. Si parte da Global Inventory Lists > Hosts > Unassigned Hosts > Commission Hosts.

I prerequisiti sono una checklist da conoscere: hardware certificato sull’Hardware Compatibility Guide per quel tipo di storage, NIC fisiche nel numero corretto e ad almeno 10 Gbps, IP di gestione su una VMkernel, driver e firmware allineati, versione ESX supportata, record DNS diretti e inversi con hostname uguale all’FQDN, certificato rigenerato, hardware in salute, tutte le partizioni dei dischi cancellate, network pool già esistente e gateway compreso nella subnet di gestione.

Per ogni host si indicano FQDN (deve coincidere col DNS, maiuscole comprese), Storage Type fra vSAN, NFS, VMFS on FC e vVol, il Network Pool Name e le credenziali root. Con vSAN si sceglie anche il vSAN Type — HCI, Storage o Compute Cluster — e, per HCI, se attivare ESA; con vVols si dichiara il protocollo (FC, iSCSI, NFS). Gli host si aggiungono a mano o da template JSON, si confermano i fingerprint con Confirm All Finger Prints, si lancia Validate All e si commissiona; Skip failed hosts during commissioning è attivo di default.

Il network pool è una raccolta di subnet dentro un dominio layer 2, e serve ad assegnare da solo gli IP statici alle porte VMkernel. La sua composizione segue lo storage: vSAN porta vMotion e vSAN, vSAN Max aggiunge vSAN Storage Client, NFS porta vMotion e NFS, VMFS on FC solo vMotion (NFS opzionale), vVols su iSCSI porta vMotion e iSCSI.

Il percorso inverso è Decommission Selected Hosts, sempre da Unassigned Hosts: l’host non deve essere assegnato a nessun VCF domain. Se in passato lo è stato, va re-imaged prima di poter essere ricommissionato.

Creare, ampliare e importare un dominio

Un VI workload domain si crea da VCF Operations con Add Workload Domain > Create New. Il wizard chiede il nome (3-20 caratteri), se attivare vSphere Supervisor (attivo di default), il dominio SSO, poi FQDN e password root del vCenter (15-20 caratteri), nome del cluster ed eventuale vSphere Zone, l’immagine del cluster, i dettagli NSX Manager (deployment Standard o High-Availability, appliance Medium/Large/Extra Large, connettività Centralized o Distributed), lo storage, gli host commissionati con lo stesso storage type, il profilo di distributed switch e i dettagli del Supervisor. Il vCenter del nuovo dominio viene deployato nel management domain.

Per crescere si aggiungono host a un SDDC cluster esistente o si aggiunge un nuovo SDDC cluster al dominio, dal vSphere Client. L’importazione di un vCenter esistente (Add Workload Domain > Import a vCenter) richiede SSH abilitato sul vCenter, host con FQDN, VDS 8.0 o successivo, cluster gestiti con immagini vLCM e DRS completamente automatizzato; non sono supportati vCenter senza VDS, porte custom, IP VMkernel dinamici, Enhanced Link Mode, cluster a baseline o con DRS manuale, VxRail. Quando le modifiche fuori banda disallineano gli inventari, si rimedia con Actions > Sync Inventory.

Licenze e immagini

In 9.0 le chiavi non esistono più: la licenza è una sottoscrizione a termine gestita dalla VCF Business Services console, e in VCF Operations si va in License Management > Licenses, scheda Version 9+, si seleziona il vCenter e si usa Assign Primary License. Gli asset collegati a quel vCenter, host ESX compresi, vengono licenziati automaticamente; host aggiunti oltre la capacità disponibile finiscono in evaluation mode. Le immagini vLCM sono composite: un’immagine di default più immagini alternative con la stessa base e le stesse solution ma add-on vendor, firmware e driver diversi, assegnabili a un sottoinsieme di host manualmente o in automatico leggendo Vendor, Model, OEM String e Family dal BIOS.

Trappole tipiche d’esame

  • VCF non è VVF. VMware vSphere Foundation non include le capacità di cloud management e automazione integrata di VMware Cloud Foundation: stesso installer, percorsi diversi. Una domanda che chiede «quale piattaforma serve per…» si risolve su questa riga, non sui componenti compute, che sono gli stessi.
  • ESA non è «OSA più veloce». L’architettura si sceglie al commissioning (vSAN Type HCI, poi attivazione ESA) e nel wizard dello storage. Se lo scenario dice che gli host sono stati commissionati come NFS, nessuna scelta ESA li salverà: lo storage type vincola il cluster a cui possono essere assegnati.
  • Commissionare non è assegnare. Un host commissionato sta in Unassigned Hosts e non serve a nessun carico. E soprattutto: un host già passato per un VCF domain va re-imaged prima di essere ricommissionato — decommissionarlo non basta.
  • La licenza si assegna al vCenter, non all’host. Se lo scenario descrive host ESX «non licenziati», la risposta non è cercare una chiave a 25 caratteri, che in 9.0 non esiste più: è verificare la primary license del vCenter e la capacità disponibile.
  • Stateless e VCF non convivono. Auto Deploy in modalità stateless caching resta una capacità di vSphere, ma VCF non supporta host ESX stateless; e i vSphere Host Profiles sono deprecati in ESX 9.0. Uno scenario che propone Auto Deploy stateless per popolare un workload domain è sbagliato per costruzione.