Un collega ti chiede di far leggere a Claude le venti candidature arrivate per una posizione aperta e di ordinarle. È una richiesta ragionevole, si esaurisce in cinque minuti e ricade in pieno in una categoria che la Usage Policy di Anthropic tratta come ad alto rischio. Le domande di questa unità vanno fatte prima di caricare il primo file.

Tre livelli di regole, e nessuno annulla gli altri

Al livello più alto c’è la Usage Policy di Anthropic, in tre blocchi: gli Universal Usage Standards, validi per chiunque e per qualsiasi uso; i requisiti per i casi ad alto rischio; le linee guida aggiuntive per contesti particolari, come i chatbot rivolti al pubblico e gli usi agentici. Fra i divieti trasversali più vicini al lavoro d’ufficio: accedere a sistemi senza autorizzazione, raccogliere dati personali non pubblici come informazioni sanitarie o biometriche, tracciare le persone col riconoscimento facciale, produrre contenuti ingannevoli.

Sotto c’è il livello della tua azienda. Sui piani Team ed Enterprise, Owner e Primary Owner scrivono in Organization settings, sezione Organization and access, un testo di massimo 3000 caratteri che Claude segue in ogni conversazione dell’organizzazione. Prevale sulle istruzioni personali quando le due si contraddicono, ma non può disattivare le linee guida di sicurezza né le content policy del modello, e una modifica richiede fino a un’ora per diventare effettiva.

Il terzo livello sei tu, con le regole del tuo reparto su cosa si può affidare a uno strumento. Se non esistono, la domanda «chi le scrive» è più urgente di qualunque prompt.

Alto rischio: due obblighi, non due consigli

La Usage Policy elenca i domini in cui l’errore ricade su una persona: consulenza e interpretazione legale, decisioni sanitarie e diagnosi mediche, underwriting assicurativo e gestione dei sinistri, decisioni finanziarie e concessione di prestiti, screening dei candidati e idoneità abitativa, test e ammissioni accademiche, contenuti giornalistici o editoriali professionali.

Lì valgono due requisiti, non due raccomandazioni. Il primo è la revisione umana: un professionista qualificato in quel campo deve esaminare il contenuto o la decisione prima che venga diffusa. Il secondo è la dichiarazione: devi comunicare a chi riceve il consiglio o la raccomandazione che hai usato l’AI per produrla. Un prodotto conversazionale rivolto ai consumatori deve inoltre dire all’inizio della sessione che si sta parlando con un’AI e non con una persona.

Torniamo alle venti candidature: lo screening dei candidati è nell’elenco. Claude può leggerle e sintetizzarle, ma la decisione la firma una persona qualificata, e chi la riceve deve sapere come è stata preparata.

Quali dati puoi incollare, e chi li vede

Sui piani commerciali — Team, Enterprise e API — Anthropic agisce come responsabile del trattamento e la tua organizzazione è il titolare: quei dati non addestrano i modelli, salvo adesione volontaria a programmi dedicati. Sui piani consumer, cioè Free, Pro e Max, le conversazioni alimentano il miglioramento del modello se hai attivato l’impostazione, se una conversazione viene segnalata per una verifica di sicurezza o se partecipi a iniziative come il Trusted Tester Program.

Le chat in incognito non vengono mai usate per l’addestramento e restano fuori da cronologia e memoria, ma sono conservate trenta giorni per impostazione predefinita e compaiono negli export dell’organizzazione e nella Compliance API su Enterprise. Incognito significa «fuori dall’addestramento», non «invisibile all’azienda».

Anthropic sconsiglia esplicitamente di inserire password, numeri di carta o di conto, cartelle cliniche e documenti riservati. Se la funzione compliance chiede prove, sui prodotti commerciali le certificazioni sono SOC 2 Type I e Type II, ISO 27001:2022 e ISO/IEC 42001:2023, con configurazione HIPAA-ready e BAA disponibile; i report si richiedono dal Trust Portal.

Marcare l’output non ti esonera dal dichiararlo

Claude marca i propri output in due modi: un watermark impercettibile intrecciato nel testo, che sopravvive al copia-incolla e a qualche modifica, e metadati firmati secondo lo standard aperto C2PA sui file .svg, .png e .jpg. Si verificano con il Claude Content Checker.

Sono strumenti utili e non conclusivi in entrambe le direzioni. Un marchio trovato dice che il contenuto potrebbe essere passato da Claude, non che ne sia l’autore né che sia rimasto invariato; l’assenza di marchio non dimostra nulla, perché modifiche pesanti, conversioni di formato e screenshot lo fanno sparire. Dichiarare resta un tuo atto.

Sulla responsabilità la regola è secca: quando deleghi un lavoro a Claude Cowork resti responsabile di ciò che fa per tuo conto, dai contenuti pubblicati alle transazioni fino ai risultati dei task pianificati. I filtri di sicurezza non sono infallibili e sbagliano in entrambi i sensi; le violazioni ripetute portano ad avvisi, sospensione dell’account e ban, con appello da claude.ai/restricted.

Cinque domande, prima

1. Il caso ricade in un dominio ad alto rischio della Usage Policy?
   Chi è il professionista che rivede prima della diffusione?
2. Chi riceve il risultato sa che è stato prodotto con l'aiuto dell'AI?
3. Nei dati che sto per caricare ci sono credenziali, dati sanitari,
   numeri di conto o documenti riservati di terzi?
4. Su quale piano sto lavorando, e chi nella mia organizzazione può
   leggere o esportare questa conversazione?
5. Esiste una regola aziendale scritta su questo caso? Se non esiste,
   la propongo io o la chiedo a chi di dovere?

Nessuna di queste domande richiede competenze tecniche. Richiedono solo di essere fatte prima, quando cambiare idea costa una conversazione.